Uno dei tanti parametri di riferimento che vengono citati è il cd. P/E ratio, il price to earning ratio (per saperne di più clicca qui), che sembrerebbe - a detta loro - oltre i vari limiti, come sinonimo di mercato sopravvalutato, dunque di imminente ed inevitabile bolla.
Non tutti sanno però, che il P/E ratio, come studia la finanza aziendale, è suscettibile a variazioni - anche significative - in presenza di inflazione.
Non tutti sanno però, che il P/E ratio, come studia la finanza aziendale, è suscettibile a variazioni - anche significative - in presenza di inflazione.
Quando si hanno periodi di inflazione media o alta (dal 3% in su, diciamo), il potere di acquisto dell'investitore - razionale - diminuisce, quindi esso, per mantenerlo stabile, richiede al mercato un premio più alto. Dunque, sintetizzando → Alta inflazione = P/E più basso.. Che in poche parole è quanto abbiamo visto prima del nostro NIRP/ZIRP period, ossia i giorni nostri.
Ma cosa succede nei periodi di bassa inflazione, ossia nella nostra situazione, che tanto spaventa i soliti Mr. Doom?
Nei periodi di bassa inflazione, l'investitore si aspetta un mercato con un tasso di crescita abbastanza omogeneo e quindi un EPS molto più pulito, dunque il ratio tenderà per forza ad aumentare verso l'alto.
Inoltre, i mercati mondiali stanno subendo un periodo di crescita diverso dai precedenti, (growth rate > del passato) quindi anche nelle varie assunzioni dei vari modelli che considerano il tasso di crescita dei paesi (eg lo stesso DCF) che nel LR è infinito tenderanno ad aumentare.
Un recente studio di Leuthold group ci mostra uno scatterplot con P/E e CPI, relativamente allo S&P500:


È chiarissimo come, in periodi di alta inflazione il P/E tende ad essere basso, mentre in periodi di bassa inflazione (<3%) il P/E tende ad essere molto più alto.
Per concludere quindi, gli attuali livelli di price earnings, sono giustificati, salvo varie eccezioni di società sopravvalutate, dove comunque il mercato agirà nel correggerle.
Niccolò Bigalli
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